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Fatene un canto: la poesia come ultima stazione della memoria

Dai luoghi della Shoah alla poesia civile come forma di conoscenza
La poesia “Fatene un canto” è Finalista ex aequo nella Sezione C – Poesia edita del Concorso Letterario Nazionale Narrativa e Poesia Argentario & Premio Caravaggio 2026, X edizione.

Accolgo con gratitudine e profonda commozione la notizia che “Fatene un canto” è stata scelta tra le opere finaliste ex aequo della Sezione C – Poesia edita del Premio Caravaggio 2026. Ringrazio la giuria per l’ascolto attento e per aver riconosciuto, dentro questi versi, non soltanto una voce poetica, ma un atto di memoria. Ringrazio gli organizzatori del Premio Letterario Argentario & Premio Caravaggio e quanti rendono possibile un luogo d’incontro in cui la parola può ancora assumersi una responsabilità civile.
Non considero questo riconoscimento un traguardo personale isolato, ma un deposito: qualcuno ha accolto la memoria che ho tentato di custodire e ha deciso di tenerla accesa. La poesia può farsi passaggio tra la Storia e la coscienza, tra i morti e i vivi, tra ciò che è accaduto e ciò che, proprio perché è accaduto, potrebbe accadere ancora.

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Dove va a finire il treno?

C’è una domanda che mi accompagna da quando ho camminato lungo i binari di Birkenau. Non cerco una risposta geografica: la geografia la conosciamo, Cracovia, Oświęcim, il cancello, la rampa. Cerco quell’altra destinazione, quella che non compare sulle mappe. Il treno è arrivato fino a noi. Corre ancora nel presente, e ogni generazione deve decidere se restare sul marciapiede o salire a guardare.
“Fatene un canto” nasce da qui: una domanda concreta e insieme metafisica, un binario che non può essere consegnato soltanto ai libri di storia, perché conduce ciascuno davanti alla propria facoltà di vedere, scegliere, obbedire, opporsi.

Ad Auschwitz non si è turisti. Il corpo lo capisce prima della mente. Ogni passo chiede silenzio, e ogni oggetto sembra sottratto al suo uso quotidiano e promosso a testimone. Ho imparato lì che la memoria non è un concetto: ha il peso della pietra, il gelo del ferro, il colore della ruggine. Per questo, nella poesia, la ruggine è “tempo incarnato”: ciò che resta, resta ostinato sul margine di un presente che vorrebbe dimenticare. Il tempo non cancella, corrode, ma lascia traccia, e la traccia è un’accusa che non ha bisogno di voce.
Il nome stesso del luogo custodisce una ferita. Birkenau, in tedesco, significa “bosco di betulle”. Verso la fine del 1944, con l’Armata Rossa ormai vicina, le SS fecero saltare le camere a gas per nascondere ciò che avevano fatto. Le betulle sono rimaste, e hanno visto tutto.
La cronologia aiuta a dare un corpo alla parola “Auschwitz”. Auschwitz I fu aperto nel 1940 per imprigionare le vittime polacche della repressione; Birkenau, costruito nel 1942, fu il campo di sterminio pensato per gli ebrei della regione e poi per i deportati di tutta Europa. Dei circa 1,3 milioni di persone inviate nel complesso, quasi 1.095.000 erano ebrei, tra cui 232.000 bambini. Gli ebrei deportati furono circa 197mila nel 1942, circa 270mila nel 1943, oltre 600mila nel 1944; l’ultima grande ondata fu quella degli ebrei ungheresi, tra maggio e luglio 1944. Furono deportati anche circa 20mila rom. Le stime dei morti oscillano, secondo le fonti, tra 1,2 e 1,6 milioni, perché chi non fu mai registrato non ebbe nemmeno un numero. Tra i prigionieri registrati sopravvissero in 65.000.
Il 27 gennaio 1945 i soldati sovietici trovarono, quasi per caso, settemila superstiti stremati. Dieci giorni prima i nazisti avevano avviato l’evacuazione di altri cinquantottomila prigionieri nelle “marce della morte”. La fine, dunque, non fu una fine: fu un’altra marcia verso il nulla.

Tra le betulle di Birkenau ho vissuto una frattura. La natura era bellissima: il vento muoveva le cime, la luce scendeva obliqua, e quella grazia mi è sembrata quasi colpevole. Da lì viene il verso più difficile: “La bellezza offende, quando non si sa cosa è passato per questo binario”.
Non è una condanna della bellezza, ma della bellezza innocente: decorativa, separata dalla conoscenza, che scivola sopra le ferite come una carezza distratta. Esiste un’altra bellezza, che non copre ma scopre. Non ci consola: ci sveglia. Ci impedisce di chiamare normale ciò che normale non è. Le betulle, nei miei versi, diventano allora “preghiere verticali mute”, mani protese a un cielo indifferente. E l’ultima immagine è un’ammissione di impotenza: un fiore porto alla terra dolente, il cui profumo non arriva al suolo. Nessun gesto basta. Eppure il gesto va compiuto.

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Podgórze: la città dentro la città
A Cracovia l’assenza ha una topografia. Il ghetto fu istituito il 3 marzo 1941 nel quartiere di Podgórze, e non a Kazimierz, il quartiere ebraico storico: i nazisti scelsero un luogo privo di memoria ebraica, per spezzare ogni continuità. Lo spazio era di circa 20 ettari, con circa 320 edifici di uno o due piani; i circa 3.500 abitanti che già vi vivevano furono costretti a lasciare le case. All’inizio del 1942 vi fu rinchiusa l’intera popolazione ebraica della Grande Cracovia, comprese 29 località vicine, con quattro metri cubi di spazio a testa.
Le deportazioni verso Bełżec avvennero tra maggio e ottobre 1942. Il 13 e 14 marzo 1943 i nazisti compirono la liquidazione finale: alcune migliaia di abitanti ritenuti abili al lavoro furono trasferiti nel campo di Płaszów (le fonti parlano di circa seimila, altre di ottomila: anche i numeri della memoria, qui, non coincidono). Gli altri furono avviati verso la morte.
Le sedie, la farmacia, la soglia stretta
La piazza dove oggi stanno le sedie vuote si chiamava Plac Zgody, “Piazza della Concordia”, nome che a posteriori suona ironico. Oggi è Piazza degli Eroi del Ghetto. Gli autori del monumento si ispirarono a un passo del libro di Tadeusz Pankiewicz, dove si descrive il mobilio portato fuori sulla piazza dopo la deportazione degli ultimi abitanti. Le sedie, dunque, non sono un simbolo astratto: sono ciò che restò quando le persone non c’erano più. Interrogano anche chi oggi può sedersi, alzarsi, scegliere se ricordare oppure passare oltre.
In quella stessa piazza c’era una farmacia, la “Pod Orłem”. Era l’unica all’interno del ghetto, e il suo proprietario, Pankiewicz, era l’unico polacco autorizzato a restarvi. Lui e i suoi collaboratori distribuivano tranquillanti per aiutare a tenere quieti i bambini nascosti durante i rastrellamenti: una compressa contro il rumore, perché un bambino non venisse trovato. Il gesto è minuscolo e immenso. Il suo libro, pubblicato nel 1947, è tra le testimonianze principali su quegli anni. Ogni anno, nell’anniversario della liquidazione, la Marcia della Memoria ripercorre il tragitto da Piazza degli Eroi del Ghetto fino a Płaszów, la strada che portò gli ebrei di Cracovia alla morte.

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Schindler: l’ambiguità che salva
La visita alla Fabbrica di Oskar Schindler ha aggiunto un’altra domanda: che cosa può fare un singolo essere umano quando il sistema disumanizza? La storia di Schindler è più inquieta di quanto la leggenda lasci intendere. Arrivò a Cracovia nel 1939 e acquistò una fabbrica di smalti. Il suo punto di partenza non fu la virtù: impiegare ebrei, all’inizio, gli convenne per ragioni economiche, perché non ricevevano alcun compenso. Eppure qualcosa cambiò. Nel 1944 la fabbrica contava circa 1.750 operai, di cui 1.000 ebrei; quando l’evacuazione dei sottocampi divenne imminente, Schindler trasferì l’impresa a Brünnlitz, in Boemia.
La celebre lista non fu opera di un uomo solo: la prepararono Mietek Pemper, Itzhak Stern e Schindler stesso, nel settembre-ottobre 1944. Persone concrete, con un nome e una calligrafia, che batterono a macchina la possibilità di vivere. I salvati furono circa 1.200. È questa ambiguità, l’imprenditore opportunista che diventa giusto, a dare alla sua storia il suo peso: nessuno nasce eroe, ma tutti possono, a un certo punto, scegliere diversamente. Oggi l’edificio amministrativo della fabbrica ospita un museo, aperto nel 2010.
Il male che si organizza
Questi luoghi non offrono risposte comode. Ci costringono a riconoscere che il male non arriva sempre con un volto mostruoso: spesso si organizza negli uffici, nelle procedure, nel linguaggio amministrativo, nella progressiva rinuncia a vedere l’altro come persona. E proprio per questo, anche dentro il meccanismo più cieco, resta uno spazio piccolo e rischioso per la decisione morale. La storia non assolve le ambiguità, ma mostra che quello spazio esiste.
Jan Karski: il testimone che non fu creduto
Jan Karski, pseudonimo di Jan Kozielewski, era un corriere della resistenza polacca. Nel luglio 1942 i nazisti avviarono le deportazioni di massa dal ghetto di Varsavia verso Treblinka. Fu allora che i capi della resistenza ebraica lo convinsero a vedere con i propri occhi. Entrò due volte nel ghetto di Varsavia e poi nel campo di transito di Izbica Lubelska, dove, travestito da guardia, vide migliaia di ebrei stipati nei vagoni. Per decenni si è creduto che avesse visitato Bełżec; la ricerca più recente indica invece Izbica. Non cambia il senso della sua missione.
Poi venne il momento più doloroso. Il 28 luglio 1943 Karski incontrò il presidente Roosevelt e lo avvertì che gli ebrei d’Europa sarebbero stati annientati senza un intervento; secondo il suo resoconto, Roosevelt non pose domande sulla sorte degli ebrei e cambiò argomento. Il giudice Felix Frankfurter, ebreo, trovò il messaggio difficile da credere, e precisò di non aver detto che Karski mentisse, ma di non credergli, e che la differenza contava. È una frase che gela: non incredulità verso l’uomo, ma verso la realtà che egli portava.
Qualcuno pagò di persona. Szmul Zygielbojm, che aveva incontrato Karski a Londra, si tolse la vita il 12 maggio 1943 per protestare contro l’inazione degli Alleati. Karski fu riscoperto solo molti anni dopo, grazie allo storico Walter Laqueur (1980) e a Claude Lanzmann, nel cui film Shoah (1985) parlò per la prima volta davanti alla macchina da presa. Yad Vashem lo ha riconosciuto Giusto tra le Nazioni, pur non avendo egli salvato singoli ebrei, perché rischiò la vita per avvertire il mondo.
Tra la domanda rivolta al treno e la testimonianza di Karski passa lo stesso filo: non voltare lo sguardo. Vedere è già una responsabilità; sapere non basta, occorre chiedersi che cosa facciamo di ciò che sappiamo. Raccontare non restituisce la vita ai morti e non cancella la colpa, ma interrompe l’alleanza antica tra violenza e silenzio. La parola diventa una “lettera vivente” affidata a chi viene dopo.
Che cosa significa farne un canto
L’imperativo del titolo può ingannare. “Fatene un canto” non vuol dire rendere bello l’orrore: vuol dire l’opposto. Vuol dire sottrarlo al sepolcro del silenzio senza tradirlo con l’ornamento. Il canto di cui parlo non addolcisce e non consola in fretta. È respiro: restituisce fiato a ciò che rischia di restare sepolto. È anche carne. “Fatene carne”, dice la poesia, perché le anime in pena cercano occhi, mani, piedi, polmoni, cuori, pensieri: cercano un corpo in cui continuare a essere ascoltate. Ogni lettore, in questo senso, è chiamato a prestare il proprio.
Si è detto che dopo Auschwitz scrivere poesia sarebbe barbarie. Ma esiste una barbarie più silenziosa: tacere. Il canto sta tra i due abissi. Sa che nessuna parola è adeguata, e proprio per questo non permette al silenzio di diventare alibi. Tiene insieme il limite della parola e il dovere di pronunciarla. Nasce dalla specificità irriducibile della Shoah, da quei luoghi e da quelle vittime, e proprio per questo può parlare a ogni tempo in cui un essere umano viene cancellato, ridotto a scarto, privato del nome. L’universalità non attenua la precisione storica: la rende moralmente presente.
Farne un canto significa assumere una voce senza appropriarsi del dolore altrui; sostare sulla soglia dell’Indicibile con umiltà.

La poesia civile come forma di conoscenza

La poesia civile, per me, non è cronaca in versi né dichiarazione ideologica. È conoscenza incarnata. La Storia offre date, documenti, responsabilità e prove indispensabili; la poesia lavora nel punto in cui quei fatti devono diventare coscienza. Non sostituisce lo studio: lo rende interiormente ineludibile. Conoscere poeticamente significa lasciare che un binario, una sedia vuota, una betulla o un pezzo di ruggine cessino di essere immagini e diventino domande. Chi legge non riceve soltanto un’informazione: viene chiamato a misurare il proprio sguardo. È il compito più urgente della poesia civile: trasformare la memoria da possesso culturale a pratica di vigilanza.
La poesia non salva da sola. Non impedisce il male e non ripara l’irreparabile. Ma può spezzare l’indifferenza, educare l’attenzione, custodire le parole che i sistemi di violenza tentano di svuotare: persona, dignità, responsabilità, verità. Può ricordarci che l’umano comincia nel momento in cui il dolore dell’altro non ci è estraneo.

Fatene un canto

(voce dall’Indicibile)

Dove va a finire il treno?

Fatene un canto
che risuoni negli angoli remoti dell’universo.
Fatene una voce che dica l’Indicibile,
che sa di sangue.
Fatene carne.
Perché di anime in pena
ce ne sono
che cercano occhi, mani, piedi, polmoni, cuori, pensieri.
Io non ho parole a dirne il pianto.
Sento solo tra le betulle
il vento che scuote le cime
e si levano ceneri
nel sacro lamento senza fine.
Andate con i vostri occhi
a misurare l’ampiezza di un miserrimo cuore umano
crudo, imperdonabile,
sopra di loro,
le capanne inclinate
ascoltano ancora
la lingua del ritorno.
Ringraziate
per ogni piccola pietra,
per ogni respiro,
per un buon morso di pane.
La bellezza offende,
quando non si sa
cosa è passato per questo binario,
una vena gelida
che non porta al cuore,
ma di anime al gelo del Nulla,
quando sopra i campi romba l’urlo soffocato.
La ruggine è tempo incarnato,
è memoria che si ostina
a rimanere sul margine
di un presente,
urgente.
Dove va a finire il treno?
tra le esili betulle,
preghiere verticali mute,
mani protese al cielo indifferente
graffiano vento
e spuntano sui rami anime antiche
ad ogni primavera stanca,
occhi guardano dal fondo
di sangue vivo di vergogna.
Un fiore mentre porgo alla terra dolente,
il suo profumo non arriva al suolo.

© Gio Loreley

concorso letterario
argentario 

&

Premio caravaggio

2026 - x edizione

Alla giuria del Premio Caravaggio rivolgo un grazie che non è soltanto personale. Grazie per aver accolto una poesia scomoda, nata non per ornare la memoria, ma per abitarne la ferita. Grazie agli organizzatori, ai lettori e a chi continua a credere che la letteratura possa essere uno spazio di coscienza condivisa.
Dedico questo riconoscimento alle vittime della Shoah, ai sopravvissuti, ai testimoni e a chi ha portato la verità quando il mondo non voleva ascoltare.
Lo dedico anche ai giovani, perché possano avvicinarsi alla Storia non come a una stanza chiusa, ma come a una domanda rivolta al presente.
Il canto non restituisce ciò che è stato distrutto. Ma attraversa il silenzio. Cerca occhi, mani, cuori e pensieri capaci di riceverlo. Se sapremo ascoltarlo, la memoria non resterà alle nostre spalle: diventerà la forma più vigile del nostro essere umani.

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Pubblicato da Gio Loreley

GIO LORELEY Visioni intropoietiche del quotidiano Consulente filosofica, pedagogista, paroliere: Gio Loreley sceglie, per definirsi, la parola più antica e più umile "paroliere" colei che lavora le parole come un artigiano lavora la materia. In questa scelta è già tutta la sua poetica: la scrittura come mestiere del vivere, disciplina quotidiana di attenzione, fedeltà alla cosa prima che al gesto letterario. La sua opera si raccoglie sotto una formula-manifesto di sua invenzione: visioni intropoietiche del quotidiano. Il neologismo, dall'unione di intro e poiesis, il “fare” della radice greca che sta dentro la parola poesia, nomina un gesto preciso: non la semplice introspezione, non l'elegia delle piccole cose, ma un'officina interiore in cui il quotidiano viene trasformato in materia viva. Un paio di scarpe consumate, un angolo del giorno, una carrucola, le sere di giugno: oggetti minimi che, sotto lo sguardo dell'autrice, si fanno soglia e rivelazione. L'interno, in Loreley, non si contempla, si costruisce. I suoi territori sono luoghi di passaggio. Capri, con la Scala Fenicia, la Grotta di Matermania, il santuario di Santa Maria a Cetrella, Villa Lysis ancora abitata dal fantasma di Jacques Fersen; Ravello; il Cilento: geografie mediterranee in cui la pietra conserva memoria e il mito non è archeologia ma presenza. La sua scrittura abita questi paesaggi come si abita una lingua madre: con confidenza e con reverenza. Di qui il suo magistero implicito, Rilke delle Lettere a un giovane poeta, Heidegger del poeticamente abita l'uomo, Montale, Cardarelli, una discendenza esplicita e meditata, mai esibita, che colloca Loreley in una linea italiana di poesia pensante, dove filosofia e canto non sono discipline separate ma lo stesso respiro. Accanto al movimento intropoietico, e inseparabile da esso, sta una vocazione civile netta e dichiarata. Nelle pagine dedicate al Congo, a Gaza, al Diario di Ella, la voce intima si fa testimonianza: “Se la Storia non dice, la Poesia urla.” La bellezza non è qui consolazione o fuga, è sostenuta, sempre, da verità e memoria, che l'autrice chiama “le braccia della Bellezza”. È questa tensione, tra la soglia contemplativa e l'urlo della testimonianza, tra l'ascolto della pietra e la denuncia dell'oblio, la cifra più riconoscibile del suo lavoro. A completare l'opera, una dimensione pedagogica che ne è il naturale prolungamento: il libro-calendario Aporismi della Soglia, esercizio quotidiano di misura e di restanza, i testi destinati all'infanzia, il recupero di figure dimenticate come la pioniera della medicina Marie Elizabeth Zakrzewska. La poesia, per Loreley, educa: alla bellezza, alla memoria, alla verità. Non come programma, ma come pratica. “Abitare la Poesia è un luogo scomodo: se non resisti in piedi, cambia posto.” È in questa dichiarazione, lapidaria come un'epigrafe, l'etica dell'autrice e il patto che offre al suo lettore. Autrice del blog “Respiro di Poesia”, partecipa a eventi culturali e letterari, ricevendo riconoscimenti e menzioni per la sua voce lirica e profonda. Blogger di “Respiro di Poesia” di Gio Loreley - (Nome d’arte riconosciuto con Pos. Siae 549724). Ricezione di Premi Letterari e menzioni per l'attività culturale e pubblicazione di 1 raccolta collettiva e n.2 sillogi: - 2021 - Isole. Collana poetica. Vol. 81 Ed. Dantebus Roma - 2002 - L'Occhio di Orfeo, Ed. Libroitaliano Ragusa. - 1993 - L'Effimero ed Eterno Dire, Ed. Cultura 2000 Ragusa. What else? Find it out!

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