Poesia e Filosofia nell’epoca della dimenticanza
Gio Loreley è una voce poetica dell’epoca della soglia, esploratrice del linguaggio come spazio sacro, è autrice del blog “Respiro di Poesia”, luogo di resistenza lirica e meditazione esistenziale, unendo il rigore della riflessione filosofica alla delicatezza dell’ascolto poetico. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari fin dall’adolescenza, ricevendo riconoscimenti e menzioni per la forza evocativa e la profondità etica della sua scrittura. Appassionata di storia, filosofia e letteratura, intreccia nel suo pensiero figure come Martin Heidegger, Simone Weil, María Zambrano, Paul Celan e Günther Anders.
Per Gio Loreley, la poesia non è ornamento, ma gesto di verità. Non è comunicazione, ma disvelamento. Il suo poetare è un esercizio radicale della presenza, un modo di abitare poeticamente il mondo in un’epoca segnata dalla tecnica, dall’accelerazione e dall’oblio. Nella sua visione, la poesia è l’ultima soglia dell’umano: uno spazio fragile in cui il linguaggio si fa corpo, abisso e salvezza.
La sua scrittura si muove tra delicatezza e impeto, custodendo frammenti di senso e interrogando il lettore attraverso immagini liminali, simboli antichi e una lingua densa di silenzio e luce. Influenzata dal pensiero di Heidegger, trova nella parola poetica la dimora dell’essere. E sotto l’eco severa di Günther Anders, riconosce nella poesia una possibilità di resistenza all’annichilimento tecnico, una diserzione della coscienza.
Nel tempo della dimenticanza, Gio Loreley scrive per ricordare ciò che ci fa umani. Scrive per salvare, non il passato, ma la possibilità del futuro.
In un tempo dominato dalla fretta e dalla produttività, che senso ha ancora scrivere poesia?
Scrivere poesia oggi è un atto inattuale, quindi profondamente urgente. È l’opposto della logica della prestazione. È un gesto che resiste all’economia dell’utile. Per me, scrivere è una forma di Gelassenheit, quel “lasciar essere” di cui parla Heidegger: la poesia sospende il dominio del fare, per lasciar apparire l’essere. In un’epoca in cui l’essere è stato dimenticato, come Heidegger afferma ne La questione della tecnica, la poesia è un evento di verità, un Ereignis. Scrivere, dunque, è custodire. Non qualcosa, ma ciò che eccede ogni cosa: il mistero stesso dell’essere.
Günther Anders sosteneva che l’uomo è ormai incapace di immaginare ciò che ha prodotto. Come risponde la tua scrittura a questa “vergogna prometeica”?


La mia scrittura non cerca di colmare lo scarto: lo espone. Anders, ne L’uomo è antiquato, descrive in modo profetico l’incapacità dell’umano di tenere il passo con la propria potenza tecnica. Viviamo, come lui scrive, in una condizione di asincronia ontologica: ciò che creiamo ci supera, ci eccede, ci disumanizza. La poesia, per me, è un atto di incongruenza deliberata. È un’archeologia del sentire. È lentezza, presenza, interruzione. Come scrive Anders, la tecnica non si lascia immaginare: allora la poesia deve tornare a vedere, immaginare, tremare.
Filosofia e poesia: due linguaggi lontani o alleati nel custodire l’umano?
Sono forme distinte di aletheia, di disvelamento. La filosofia, quando non si irrigidisce nel concetto, e la poesia, quando non si rifugia nell’estetismo, convergono: diventano liturgia del senso. Heidegger stesso, in In cammino verso il linguaggio, afferma che il pensare più rigoroso è anche il più poetico. Il linguaggio poetico non è il contrario del pensiero: è il suo compimento non-logico. La poesia è pensiero incarnato, il logos che trema, l’essere che si dice in frammenti.
Qual è la tua visione del poeta nel mondo contemporaneo?
Il poeta è un Dasein ferito, un essere-nel-mondo che ha scelto di restare in ascolto. Non è un vate né un esteta: è un testimone. È colui che abita le soglie semantiche, i luoghi in cui la parola si spezza e si trasfigura. In un mondo gestell, cioè impiantato, calcolabile, reso macchina, il poeta è colui che non accetta la riduzione dell’essere a fondo disponibile. È il guardiano del non-funzionale, del fragile, del gratuito.
Esiste ancora uno spazio educativo per la poesia e il pensiero profondo tra le nuove generazioni?
Sì. Ma solo se impariamo a disimparare. Il pensiero non si trasmette come un dato, ma come una sete. I giovani non cercano contenuti: cercano verità incarnate. La poesia, se insegnata come esperienza fenomenologica, come corpo che parla e ascolta, può ancora toccare. La filosofia, se si libera dal dogma accademico, può ancora incendiare lo sguardo. Dobbiamo tornare a fare delle domande vive. Non spiegare Platone: farlo tremare. Non citare Heidegger: farlo accadere.
Se potessi salvare una sola parola dal collasso del senso contemporaneo, quale sceglieresti?
Presenza. Viviamo nell’epoca dell’assenza presente: siamo ovunque e in nessun luogo. Interconnessi, ma disabitati. La poesia è un’arte della presenza radicale. Essere interamente dove si è, anche se fa male. Anche se si è soli. Come dice Heidegger: “Solo dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva”. La presenza è ciò che ancora può salvarci. Essere qui. Essere adesso. Essere.
In un futuro dominato dall’intelligenza artificiale, che spazio resterà per la parola poetica?
Tutto lo spazio che l’umano saprà ancora custodire. L’intelligenza artificiale può generare frasi, ma non può generare attesa. Non conosce il silenzio abitato, il vuoto pieno. La poesia non nasce dalla capacità, ma dalla ferita ontologica. Finché esisterà un essere umano capace di stupore, di mancanza, di lacerazione, la poesia avrà casa. La poesia è il linguaggio della soglia: non dice ciò che è, ma ciò che preme per essere.

(Günther Anders, L’uomo è antiquato, vol. I)
Quale pensi sia il contributo più attuale di Günther Anders?
Anders ha visto con lucidità ciò che molti si ostinano a ignorare: l’uomo non è più all’altezza delle sue creazioni. Con la “vergogna prometeica” ha indicato un sentimento profondo di inadeguatezza etica di fronte al potere tecnico. Ciò che costruiamo può distruggerci. Per me, la poesia è ciò che ci restituisce alla nostra misura. Non è debolezza, ma opposizione consapevole a un mondo che produce e dimentica. Anders mi ha insegnato a interrogarmi su ciò che la tecnica cancella: la memoria, il volto, il limite.
Come convivono in te queste due visioni così diverse?
Heidegger e Anders sono due poli della stessa ferita. Il primo ci chiama a un ascolto originario dell’essere. Il secondo ci costringe a vedere le rovine del nostro agire. Io cerco di abitare entrambi: il silenzio e la denuncia, la soglia e la sirena. La poesia, in questo, è un ponte. Essa non spiega, ma mette in crisi. Non consola, ma sveglia. In ogni verso cerco di tenere insieme la tenerezza di chi contempla e la lucidità di chi denuncia.
In che modo il tuo scrivere poetico diventa quindi gesto filosofico?
Scrivere poesia, per me, è pensare incarnato. È rendere visibile il pensiero nella materia della lingua. Heidegger direbbe che il linguaggio è la casa dell’essere. Anders direbbe che oggi abbiamo trasformato quella casa in una fabbrica. Io cerco una fenditura: un punto da cui possa ancora uscire bellezza, o almeno verità. Ogni mia parola è un tentativo di diserzione dal rumore. Un atto poetico è un atto etico.
Quale responsabilità ha, oggi, chi scrive poesia?
Non è il tempo degli oracoli, ma degli ascoltatori radicali. Il poeta ha la responsabilità di non mentire. Di non parlare quando non è necessario, e di parlare quando è rischioso. Di essere, direbbe Anders, “un sopravvissuto che racconta”. O, con Heidegger, un pastore che non fugge di fronte al pericolo. La poesia non deve salvarci. Ma deve ricordarci che potremmo ancora salvarci, se sapessimo ascoltare. E se sapessimo tacere.
La poesia ha ancora un’utilità oggi, in un mondo dominato dalla tecnologia e dalla velocità?
Se per utilità intendiamo ciò che serve a produrre o a vendere, no. Ma la poesia ha un’utilità più profonda: ci aiuta a non smarrire l’anima. Come diceva Paul Celan, “La poesia è un messaggio in una bottiglia”. Essa non arriva a tutti, ma chi la riceve è trasformato. La poesia è ancora oggi ciò che ci salva dal diventare ingranaggi inconsapevoli. È memoria viva dell’umano.
Che spazio vedi per la poesia tra le nuove generazioni?
Immenso, se glielo lasciamo abitare. I giovani non vogliono parole vuote: vogliono verità che bruciano. Quando offriamo loro la poesia non come lezione ma come incontro, accade qualcosa di profondo. La poesia diventa specchio, ferita condivisa, rivelazione. Le nuove generazioni non hanno bisogno di maestri, ma di voci autentiche che osano stare nella fragilità.
La poesia può avere un ruolo educativo?
Sì, ma non nel senso tradizionale. Non si tratta di spiegare la poesia, ma di viverla. È educativa perché allena all’ascolto, alla lentezza, alla meraviglia. Insegna la cura della parola, la responsabilità di ciò che si dice. Come in un rito, chi scrive e chi legge partecipano a una trasformazione. La poesia educa perché ci rende più umani.
Può la poesia aiutarci a comprendere la storia?
La poesia non è cronaca, ma custodisce il dolore della storia. Ciò che i manuali dimenticano, i versi ricordano. Penso a Celan, a Hikmet, a Ritsos. La poesia restituisce umanità a ciò che è stato disumanizzato. Racconta l’indicibile, il frammento, il pianto che non ha avuto voce. La poesia è testimonianza, è archivio dell’anima collettiva.
E della storia presente?
Anche oggi la poesia può essere forma di resistenza. Di fronte alla guerra, alla catastrofe climatica, alla disumanizzazione, essa può ancora dire “no”. Può ancora mostrare il volto. Non cambia il mondo, ma lo interroga. Non offre soluzioni, ma apre varchi. La poesia è memoria del futuro. E in questo senso, è sempre contemporanea.
Gio Loreley
