Il titolo anticipa il tema principale del componimento: il massacro perpetrato in Congo sotto il dominio coloniale belga (1885-1908). “Grande Oblio” denuncia la rimozione storica di questo genocidio, mentre “Olocausto” enfatizza la portata della tragedia e richiama il concetto di sterminio sistematico.
perché se ne parla così poco?
Nonostante la portata del genocidio, l’Olocausto del Congo è stato a lungo ignorato o minimizzato nei libri di storia perché:
Il Belgio ha rimosso documenti ufficiali per cancellare le prove.
L’Europa non voleva affrontare la crudeltà del colonialismo.
Il genocidio non fu mai riconosciuto ufficialmente come tale.
Ancora oggi, il dibattito sulla memoria coloniale in Belgio è aperto. Nel 2020, dopo le proteste del movimento Black Lives Matter, la statua di Leopoldo II a Bruxelles è stata imbrattata e parzialmente rimossa.
Se la Storia non dice, la Poesia urla.
Fiume di Nebbia,
nelle tue profonde acque
segreti di sangue,
gemito di morti che scorre,
di mani mozze
affumicate nell’indifferenza.
Piedi marci di infanti
battono sentieri di inferni,
la nebbia scende a fiotti,
copre i colpi delle chicottes
con le feroci melodie
di morti senza tombe.
Ti chiamano Nsala,
rabberci i resti della tua bambina,
due gracili spezzatini per cani
su un davanzale freddo,
passavi nelle trame di resina
le dita leste,
rattoppi nodosi di fame
e rincorrevi quel paradiso
bianco di pane
su rade colline e radure.
Nero, ancora gli occhi
lerci di bianco
ti braccano accanto
e l’urlo tuo strozzato
dalla storia si leva
come d’un pianto.
Da queste pagine
strappate alla memoria
s’ode l’urlo di corpi
sfregiati dalle corde
con i musi a terra di sangue
e di catene.
E’ un male l’uomo che dimentica ma peggiore è l’uomo che non sa.
©️Gio Loreley
Testo musicato Tutti i diritti riservati, ©Gio Loreley, Capri 1 Luglio 2024. Una triste canzone
Collana Isole, Dantebus Edizioni

Nsala di Wala davanti ai resti della figlia.
La fotografia di Nsala fu scattata il 14 maggio 1904 dalla missionaria Alice Seeley Harris nel villaggio di Baringa e documenta le atrocità commesse nello Stato Libero del Congo sotto Leopoldo II. L’immagine mostra Nsala seduto su un portico, osservando con dolore la mano e il piede mozzati della figlia Boali, di cinque anni. I soldati della Anglo-Belgian India Rubber Company l’avevano uccisa e mutilata per non aver raggiunto le quote di caucciù imposte dal regime coloniale.


La poesia è costruita con un linguaggio fortemente evocativo e immagini crude. Il tono è grave, indignato, accusatorio, e la memoria diventa uno strumento di denuncia.
L’immagine del “Fiume di Nebbia” richiama il fiume Congo, testimone silenzioso delle atrocità. La nebbia diventa simbolo dell’oblio che avvolge la storia, mentre l’acqua trattiene il “sangue” delle vittime. Il “gemito di morti che scorre” rende il fiume quasi un essere vivente, un’entità che piange per il dolore taciuto.
La mutilazione delle mani è un riferimento diretto alla pratica disumana imposta dai belgi: per dimostrare di aver risparmiato munizioni, i soldati tagliavano le mani ai Congolesi uccisi e talvolta ai vivi. L’aggettivo affumicate si riferisce sia alla loro decomposizione sia alla loro esposizione come trofei, mentre indifferenza sottolinea il silenzio complice dell’Occidente.
I bambini vittime del colonialismo percorrono strade di dolore, privati dell’infanzia. L’aggettivo marci suggerisce denutrizione e malattia.
La chicotte era la frusta di pelle di ippopotamo usata dai colonizzatori per infliggere punizioni atroci. La “ferocia” del suono delle frustate si sovrappone alle voci di coloro che sono morti senza sepoltura, vittime non solo della violenza ma anche della cancellazione storica.
Il riferimento è a Nsala di Wala, immortalato in una foto storica mentre osserva con disperazione le mani e i piedi mozzati della figlia, punita per non aver raccolto abbastanza caucciù. L’immagine dei “gracili spezzatini per cani” è agghiacciante e denuncia la disumanizzazione delle vittime.
La resina si riferisce al lattice dell’albero della gomma, che i Congolesi erano costretti a raccogliere. Il contrasto tra il “paradiso bianco di pane” e la loro realtà affamata sottolinea l’ingiustizia del sistema coloniale, che sfruttava i lavoratori senza dar loro nulla in cambio.
Il “Nero” è il congolese perseguitato, mentre il “bianco” rappresenta l’oppressore coloniale. L’aggettivo lerci rovescia il classico simbolismo di purezza legato al colore bianco, rendendolo sinonimo di corruzione e violenza.
Nell’Urlo si ribadisce il concetto di silenziamento: l’urlo delle vittime è soffocato dalla Storia ufficiale, ma si leva attraverso la memoria e la poesia.
Le pagine sono metafora della storia dimenticata, mentre i “corpi sfregiati dalle corde” alludono alla schiavitù e alle impiccagioni. L’immagine dei musi a terra di sangue evoca la sottomissione forzata e la brutalità del colonialismo.
La chiusura con “catene” rafforza il tema della schiavitù e dell’oppressione, un male che non si è mai davvero estinto.
L’epilogo è una condanna dell’ignoranza storica. Dimenticare è grave, ma non sapere è ancora peggio, perché significa che il passato continua a essere nascosto, permettendo che simili atrocità si ripetano.
Questa poesia è una denuncia forte e viscerale, che trasforma il silenzio della storia in un grido di memoria.

Flagellazione con uno sjambok, frusta in cuoio tipica africana, di uno schiavo congolese
Il genocidio congolese fu uno dei crimini più atroci del colonialismo europeo, si stima che tra 10 e 15 milioni di Congolesi siano morti a causa di lavori forzati, carestie, malattie, torture e massacri di massa.
Nel 1885, Leopoldo II ottenne il controllo del Congo alla Conferenza di Berlino, presentandosi come un “filantropo” che voleva combattere la schiavitù e portare la civiltà in Africa. In realtà, trasformò il Congo in una colonia privata sfruttata per l’estrazione di gomma e avorio.
Le popolazioni indigene furono costrette a lavorare senza paga per raccogliere il lattice dagli alberi della gomma. Coloro che non raggiungevano le quote di produzione stabilite venivano puniti con frustate, mutilazioni e uccisioni di massa.
L’esercito coloniale, la Force Publique, usava la violenza estrema per mantenere il controllo. Una delle pratiche più terribili era il taglio delle mani:se un soldato sparava un colpo, doveva dimostrare di non aver sprecato munizioni tagliando la mano destra di una vittima uccisa.
A volte, per risparmiare proiettili, i soldati amputavano le mani a persone ancora vive.
Molti bambini e donne subirono questa punizione, anche se non avevano alcun ruolo nella produzione della gomma.
Le comunità locali furono distrutte perché gli uomini venivano strappati ai villaggi per lavorare nella raccolta della gomma.
Le donne e i bambini erano spesso presi in ostaggio per costringere gli uomini a lavorare, l’agricoltura fu abbandonata, causando carestie devastanti. Le malattie importate dagli europei, come il vaiolo e la febbre gialla, sterminarono intere popolazioni, la popolazione del Congo si ridusse da circa 20 milioni a meno di 10 milioni in pochi decenni.
Nel 1908, a seguito dello scandalo internazionale, il Belgio costrinse Leopoldo II a cedere il Congo allo Stato belga. Tuttavia, il regime coloniale continuò fino al 1960, quando il Congo ottenne l’indipendenza.


L’Olocausto del Congo è uno degli episodi più sanguinosi della storia moderna, un genocidio dimenticato che ha segnato profondamente l’Africa centrale. Ricordarlo significa rendere giustizia alle vittime e imparare dagli orrori del passato.
The Great Oblivion,
Congo Holocaust
If History doesn’t say,
Poetry screams.
River of Mist,
in your deep waters
bloody secrets,
wail of the dead flowing,
of severed hands
burned in indifference.
Rotten feet of infants
beat paths of hell,
the fog falls in streams,
covering the shots of the chicottes
with the sad melodies
of dead without graves.
You are called Nsala,
You gather your child’s bones
two puny stews for dogs
on a cold windowsill,
you passed your nimble fingers through the resin plots
knotting patches of hunger
and chased the paradise of
white bread
on sparse hills and clearings.
Black, the eyes
filthy with white
still chase you
breathing down your neck
and your choked scream
rises from history
like a cry.
From these pages
torn from memory
the scream of bodies is heard
scarred by the ropes
with their faces on the ground in blood
and of chains.
The man who forgets is bad, but the man who does not know is worse.
©️Gio Loreley
Immagini dal web

Questa poesia è un potente grido di denuncia, un urlo poetico che squarcia il silenzio dell’oblio storico. Attraverso immagini forti e dolorose, si evoca l’orrore dell’Olocausto del Congo con un linguaggio crudo ma profondamente lirico.
La struttura del testo alterna versi brevi e incisivi a passaggi più narrativi, creando un ritmo quasi lacerante, che rispecchia la sofferenza delle vittime. L’uso della seconda persona per rivolgersi a Nsala rende il dolore più intimo e tangibile, trascinando il lettore dentro la tragedia.
Alcuni passaggi spiccano per la loro forza evocativa come l’immagine del sangue che diventa parte del fiume e dell’indifferenza che lo avvolge è devastante; il contrasto tra la delicatezza della bambina e la brutalità dell’atto è particolarmente d’impatto.
Il verso finale che si imprime nella mente, ribadisce l’importanza della memoria storica, poichè l’opposizione tra dimenticare e non sapere rafforza l’idea della responsabilità storica.
“je pense que si l’histoire ne dit pas, la Poésie crie”
Le Grand Oubli – Holocauste du Congo
Rivière de Brouillard,
secrets qui saignent dans tes eaux profondes,
les morts gémissent et s’enfuient,
leurs mains coupées et fumées,
dans l’indifférence.
Pieds pourris d’enfants marchent
sur les sentiers d’enfers,
le brouillard tombe d’un coup,
il couvre les coups des chicottes
avec mélodies cruelles
de morts sans tombes.
On t’appelle Nsala,
tu rassemble les restes
de ta petite fille,
deux osselets graciles
pour chien, sur le rebord froid
d’une fenêtre.
Tu laissait couler vite
les doigts sur les trames
de résine,
mains noueuses de faim,
en rêvant le paradis blanc
de pain,
sur clairières et plaines dorées.
Nègre, les yeux sales blancs
toujours te traquent à côté
et ton cri étranglé s’élève
comme un chant funèbre.
Dans ces pages
arrachées à la mémoire,
on entend le cri des corps
marqués par la corde,
les museaux de sang
traînés de chaînes.
C’est mauvais l’homme qu’oublie
mais c’est pire l’homme
qui ne sait pas.
©️Gio Loreley
a cura di Gio Loreley©️all rights reserved