Pubblicità

Gabbiani – Cardarelli e Corto Maltese, la libertà inquieta dell’anima, ©Gio Loreley

Il mare non promette pace, ma verità: quella che solo i gabbiani sanno gridare al vento.

Ci sono poesie che ti scelgono.
“Gabbiani” di Vincenzo Cardarelli è una di quelle che non ho mai smesso di portare dentro.
L’ho imparata a memoria da ragazzina, in un tempo in cui i giorni avevano ancora l’odore del mare e della carta.
Fu un’amica, una di quelle anime che arrivano come un dono discrete, a consegnarmela, scritta a mano su una cartolina.

La conservo ancora, quella cartolina. È ingiallita, i bordi piegati, ma la sua voce è viva: ogni volta che il vento cambia direzione, la rileggo come si rilegge una promessa.

Oggi, dopo tanti viaggi, inquietudini e silenzi, questa poesia mi accompagna ancora.
È diventata la mia bussola interiore.
E con questo articolo voglio renderle omaggio a Cardarelli, poeta del mare interiore e a quell’amica lontana che, senza saperlo, mi consegnò la prima lezione di libertà:
che vivere è volare, anche quando la burrasca ti spaventa.

I gabbiani sono il grido del mare che ha imparato a volare.
I gabbiani sono il grido del mare che ha imparato a volare.

Ci sono anime che non hanno radici, ma orizzonti.
Anime che non sanno restare, eppure non sanno fuggire.
Vivono in una sospensione fertile, tra il desiderio di quiete e l’impossibilità del riposo.
Là dove il vento scrive parole sull’acqua, lì abitano i gabbiani e gli uomini che cercano un senso nel loro volo.

Due di queste anime si incontrano oggi, attraverso linguaggi diversi ma affini: Vincenzo Cardarelli, poeta dell’inquietudine e della misura, e Corto Maltese, il marinaio errante nato dal tratto inchiostrato di Hugo Pratt.
Entrambi parlano del mare, ma soprattutto dell’anima. Di quel balenare in burrasca che è la vera condizione umana: la bellezza fragile del vivere in tempesta.

Corto Maltese

Corto Maltese, Il marinaio che ascoltava il silenzio

Nel 1967, Hugo Pratt disegnò il volto di un uomo che non apparteneva a nessun porto: Corto Maltese.
Il sito ufficiale cortomaltese.com lo definisce “personaggio cult della migliore graphic novel europea, ma anche un mito letterario del Novecento”.
Corto è figlio di una gitana di Siviglia e di un marinaio inglese di Cornovaglia: due radici opposte che si fondono in una sola parola: mare.

È un viaggiatore metafisico, un Ulisse del secolo breve.
Alla ricchezza preferisce la libertà, all’approdo il vento, alla certezza l’orizzonte.
Nel suo nome “Corto”, in spagnolo svelto, c’è già il destino dell’anima leggera, pronta a cambiare direzione come una vela.
Corto non crede nella salvezza, ma nel cammino. È un uomo che ha imparato a navigare il dubbio, e in questo assomiglia più a un filosofo che a un eroe.
Come scriveva Heidegger, “l’uomo è pastore dell’essere”: Corto ne è il marinaio. Custode errante di un mistero che non si lascia dire, ma solo attraversare.

Chi ascolta il mare impara che la libertà non è approdo, ma direzione

Vincenzo Cardarelli, Il poeta che sfiora la vita

“Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.

La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.”

Cardarelli è il poeta che cerca l’essenza attraverso la misura, il silenzio, l’equilibrio. Ma in questi versi il suo tono si fa confidenziale, quasi rivelato: un monologo dell’anima di fronte al mare.
Il gabbiano diventa immagine della condizione umana: creatura sospesa tra due mondi, incapace di radicarsi, eppure condannata a volare.
Le figure retoriche disegnano il ritmo del mare: similitudini, la vita la sfioro com’essi l’acqua; antitesi, amo la quiete / ma il mio destino è vivere balenando in burrasca; le allitterazioni in l, r e s che creano il suono stesso del vento.

I gabbiani sono il grido del mare che ha imparato a volare.
I gabbiani sono il grido del mare che ha imparato a volare.

Il poeta ama la quiete, ma non può averla. La sua vita è un gesto in bilico: uno sfiorare, un restare a metà strada tra il cielo e il mare. Un’esistenza come soglia, fragile ma luminosa.

Nella visione di Cardarelli, il gabbiano non è solo un animale libero: è un simbolo ontologico; rappresenta l’essere gettato nel mondo, come dice Heidegger, un essere che non sceglie la tempesta, ma che in essa trova la propria verità.
L’uomo, come il gabbiano, non ha un luogo dove posarsi, ma nel volo trova senso e destino.
E qui Corto Maltese torna a farsi eco di Cardarelli.
Nei suoi silenzi, nei suoi viaggi senza meta, Corto non cerca il tesoro, ma l’intensità dell’esperienza.
Come il poeta, anche lui “sfiora la vita” senza trattenerla.
È il filosofo del vento: vive la quiete come un’ombra interiore, e la burrasca come una forma di conoscenza.

Corto Maltese non cercava porti, ma orizzonti…

Cardarelli e Corto Maltese sono due maestri dell’inquietudine. Entrambi insegnano qualcosa che la scuola e la società spesso dimenticano: che l’incertezza non è un difetto, ma una virtù del pensiero.
L’educazione autentica non forma persone stabili, ma anime capaci di attraversare la burrasca.
Leggere “Gabbiani” in classe o riflettere sul viaggio di Corto Maltese significa proporre ai giovani una pedagogia del movimento: non temere l’instabilità, ma abitarla come spazio di libertà e consapevolezza.

La poesia, come il mare, non offre risposte. Offre orizzonti.

Forse la pace che Cardarelli cercava non si trova nel nido, ma nel volo stesso.
Forse Corto Maltese, quando guarda i gabbiani e mormora “Sono belli”, riconosce in loro la propria anima errante.
Entrambi ci ricordano che l’uomo non è fatto per restare, ma per cercare.

Il mare non è un luogo: è una condizione. E vivere, come scrisse Cardarelli, è balenare in burrasca.
Nell’istante in cui accettiamo questa verità, scopriamo che la tempesta non ci minaccia più; ci appartiene.

L’articolo è redatto a fini didattici, divulgativi e culturali, nel rispetto dell’art. 70 della Legge italiana sul Diritto d’Autore (L. 633/1941).
Le citazioni e le immagini sono impiegate come strumenti di analisi e riflessione poetica ed educativa.

Testo poetico: Vincenzo Cardarelli, “Gabbiani”, in Poesie (1936)
citazione a scopo educativo e divulgativo.
Illustrazioni: Hugo Pratt, Corto Maltese, © CONG SA – cortomaltese.com – utilizzo a fini didattici, culturali e non commerciali per il blog Respiro di Poesia – © 2025, tutti i diritti riservati all’autrice.

Articolo e analisi a cura di Gio Loreley

5,0 / 5
Grazie per aver votato!

Pubblicato da Gio Loreley

GIO LORELEY Visioni intropoietiche del quotidiano Consulente filosofica, pedagogista, paroliere: Gio Loreley sceglie, per definirsi, la parola più antica e più umile "paroliere" colei che lavora le parole come un artigiano lavora la materia. In questa scelta è già tutta la sua poetica: la scrittura come mestiere del vivere, disciplina quotidiana di attenzione, fedeltà alla cosa prima che al gesto letterario. La sua opera si raccoglie sotto una formula-manifesto di sua invenzione: visioni intropoietiche del quotidiano. Il neologismo, dall'unione di intro e poiesis, il “fare” della radice greca che sta dentro la parola poesia, nomina un gesto preciso: non la semplice introspezione, non l'elegia delle piccole cose, ma un'officina interiore in cui il quotidiano viene trasformato in materia viva. Un paio di scarpe consumate, un angolo del giorno, una carrucola, le sere di giugno: oggetti minimi che, sotto lo sguardo dell'autrice, si fanno soglia e rivelazione. L'interno, in Loreley, non si contempla, si costruisce. I suoi territori sono luoghi di passaggio. Capri, con la Scala Fenicia, la Grotta di Matermania, il santuario di Santa Maria a Cetrella, Villa Lysis ancora abitata dal fantasma di Jacques Fersen; Ravello; il Cilento: geografie mediterranee in cui la pietra conserva memoria e il mito non è archeologia ma presenza. La sua scrittura abita questi paesaggi come si abita una lingua madre: con confidenza e con reverenza. Di qui il suo magistero implicito, Rilke delle Lettere a un giovane poeta, Heidegger del poeticamente abita l'uomo, Montale, Cardarelli, una discendenza esplicita e meditata, mai esibita, che colloca Loreley in una linea italiana di poesia pensante, dove filosofia e canto non sono discipline separate ma lo stesso respiro. Accanto al movimento intropoietico, e inseparabile da esso, sta una vocazione civile netta e dichiarata. Nelle pagine dedicate al Congo, a Gaza, al Diario di Ella, la voce intima si fa testimonianza: “Se la Storia non dice, la Poesia urla.” La bellezza non è qui consolazione o fuga, è sostenuta, sempre, da verità e memoria, che l'autrice chiama “le braccia della Bellezza”. È questa tensione, tra la soglia contemplativa e l'urlo della testimonianza, tra l'ascolto della pietra e la denuncia dell'oblio, la cifra più riconoscibile del suo lavoro. A completare l'opera, una dimensione pedagogica che ne è il naturale prolungamento: il libro-calendario Aporismi della Soglia, esercizio quotidiano di misura e di restanza, i testi destinati all'infanzia, il recupero di figure dimenticate come la pioniera della medicina Marie Elizabeth Zakrzewska. La poesia, per Loreley, educa: alla bellezza, alla memoria, alla verità. Non come programma, ma come pratica. “Abitare la Poesia è un luogo scomodo: se non resisti in piedi, cambia posto.” È in questa dichiarazione, lapidaria come un'epigrafe, l'etica dell'autrice e il patto che offre al suo lettore. Autrice del blog “Respiro di Poesia”, partecipa a eventi culturali e letterari, ricevendo riconoscimenti e menzioni per la sua voce lirica e profonda. Blogger di “Respiro di Poesia” di Gio Loreley - (Nome d’arte riconosciuto con Pos. Siae 549724). Ricezione di Premi Letterari e menzioni per l'attività culturale e pubblicazione di 1 raccolta collettiva e n.2 sillogi: - 2021 - Isole. Collana poetica. Vol. 81 Ed. Dantebus Roma - 2002 - L'Occhio di Orfeo, Ed. Libroitaliano Ragusa. - 1993 - L'Effimero ed Eterno Dire, Ed. Cultura 2000 Ragusa. What else? Find it out!

Lascia un commento