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Le scarpe di mio padre. Quando la vita prende la forma dei piedi che la camminano

Van Gogh,

Ci son ricordi che passano
a trovarti.
Ci sono ricordi che non chiedono permesso.
Passano a trovarmi come parenti antichi, sedendosi sul bordo del mio letto mentre la notte fa il suo mestiere: scioglie, apre, restituisce.

Van Gogh,
Ci sono scarpe che sono storie

Ricordo
le scarpe di mio padre.
Con la pelle sdrucita alle punte, ai lati.
Tacchi lisci, consunti.
Non è che non ne avesse altre,
ne aveva di più comode.
Ma quelle le preferiva
perché avevano preso
la forma dei suoi piedi
sofferenti e dinoccolati
dalla gotta.
Un pò come la vita
che ti dà la forma,
poi ti deforma
se non ti ci accomodi,
e in quell’adattamento andante,
vai.

Le ho qui, davanti agli occhi
della notte, quelle scarpe
che sanno di terra e sole,
e mi ci addormento dentro
come un tarlo in letargo
che ancora sogna.

©️Gio Loreley

Questa poesia è nata così: dal ritorno inatteso di due scarpe. Le scarpe di mio padre. Le scarpe che, a un certo punto della vita, hanno iniziato a camminare più nella mia memoria che sulla terra.
Quando le rivedo nel ricordo, sento una fitta che non è dolore puro: è qualcosa di più simile a una chiamata. Come se dicessero: “Ehi, ricordati da dove vieni.” E allora scrivo.
In psicologia, gli oggetti della nostra infanzia diventano depositari di affetti rimasti sospesi. Quelle scarpe, con la pelle sdrucita e i tacchi consumati, non sono più solo scarpe: sono il corpo esterno della sua fatica. Sono la traduzione materiale del suo modo di stare al mondo. E, inevitabilmente, anche del mio.
La loro usura parla. Parla della malattia, della gotta che lo deformava e che lui, ostinato, portava come si porta una croce che nessuno ti ha chiesto di portare così bene. Non era abitudine, era coerenza esistenziale: quelle scarpe erano ormai il prolungamento del suo dolore e, paradossalmente, del suo modo di affrontarlo.
In me, quella immagine lavora come una seduta di psicoanalisi notturna: mostra senza spiegare, apre senza guarire, ma intanto illumina.
Se presti attenzione, c’è un verso che, mentre lo scrivevo, mi ha morso: “La vita ti dà la forma, poi ti deforma se non ti ci accomodi.” Questo verso è un crocevia filosofico.
È Heidegger, nell’idea dell’esser-gettato: nessuno sceglie il proprio punto di partenza. È Simone Weil, che parla della “gravità” che ci piega e ci mette alla prova. È Eraclito, nel suo flusso che costringe tutto a mutare.
Ma è anche e soprattutto esperienza. Nostra. Di chi sa che la vita non è una scarpa nuova che scegli per estetica, ma una che ti porti addosso finché impara i tuoi difetti, o finché tu impari i suoi.
Io lo vedo chiaramente: mio padre si è lasciato “accomodare” dalla sofferenza senza farsene schiacciare. L’ha modellata su di sé con una dignità antica, quella dei contadini che non mollano mai, nemmeno quando dovrebbero.
Quella frase, oggi, la leggo come un ammonimento: impara a piegarti nei punti giusti, o sarà il mondo a piegarti dove fa più male.

Di notte le scarpe ritornano. Non fisicamente, certo.
Ritornano come fanno i simboli: silenziosi, precisi, inevitabili.
“Le ho qui, davanti agli occhi della notte…” La notte è lo spazio psicologico in cui il dolore diventa immagine. Lì le scarpe non sono più oggetti: sono presenze. Sono l’eredità invisibile di un padre che forse ha parlato poco, ma ha insegnato tutto senza aprire bocca.

La metafora più potente della poesia è questa:
“Mi ci addormento dentro
come un tarlo in letargo
che ancora sogna.”
Qui c’è tutta la mia idea del ricordo: non un archivio immobile, ma un organismo vivo, nascosto, che continua a lavorare nel legno della vita anche quando sembra dormire.
Il tarlo non smette mai davvero. È lento, ma instancabile. È minuscolo, ma incide. Così fa la memoria affettiva: rosicchia, modella, scava, prepara varchi che solo anni dopo sapremo riconoscere.
Infine, il messaggio universale di questa poesia credo sia questo: essa parla della cosa più grande che abbiamo: le radici.
Un messaggio semplice ma non semplificato: gli oggetti che abbiamo amato continuano a portarci quando non li portiamo più.
La vita ci plasma e ci sforma, e il nostro compito è farne una danza, non una condanna.
Il dolore ereditato può essere trasformato in simbolo, e il simbolo in un pensiero che salva.
Le scarpe di mio padre non sono un feticcio nostalgico: sono una soglia. Tra ciò che ero, ciò che sono, e ciò che sto ancora diventando.
E ogni volta che tornano, capisco che non si tratta di malinconia: si tratta di appartenenza.

Le scarpe vecchie sono il diario che non abbiamo mai scritto: custodiscono i passi che abbiamo fatto quando non sapevamo ancora chi saremmo diventati.
Hanno visto il mondo da basso, da terra, dove la verità non ha filtri. Si sono sporcate al posto nostro, hanno preso botte, pioggia, polvere, e non hanno mai protestato.

E mentre ripenso alle mie scarpe della memoria, inevitabilmente mi torna alla mente la pagina di Heidegger dedicata alle Vecchie scarpe di Van Gogh,
e forse proprio da qui nasce questa lirica.
Heideggher vedeva in quell’immagine non semplicemente un paio di scarpe: vediamo la verità della vita che le ha consumate.
Non la pelle.
Non le cuciture.
Ma il mondo che ci abita dentro.
Heidegger parlava di vanità della mera apparenza: l’opera d’arte non rappresenta, disvela.
E le scarpe di Van Gogh disvelano tutto ciò che normalmente sfugge:
la fatica del camminare, la terra umida dei campi, la solitudine delle strade percorse, la dignità del lavoro più umile.
Sono la casa temporanea del passo umano.
E allora capisco perché certe scarpe vecchie non riusciamo a buttarle.
Non perché servano ancora, ma perché servono a ricordarci chi eravamo mentre camminavamo.
Conservano la verità dell’esistenza, come direbbe lui:
la strada fatta, la resistenza, il mondo che ci ha modellati.
E forse, nel mio piccolo, quando guardo le scarpe di mio padre, sto facendo lo stesso gesto che faceva Van Gogh mentre le dipingeva:
sto cercando l’essenza di un’esistenza che non smette di parlarmi.
Sto lasciando che un oggetto consumato dal tempo continui a disvelare ciò che ancora non ho finito di comprendere.

Per questo le scarpe vecchie non vanno buttate.
Sono opere d’arte della vita.

© 2025 Gio Loreley – Tutti i diritti riservati.


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Pubblicato da Gio Loreley

GIO LORELEY Visioni intropoietiche del quotidiano Consulente filosofica, pedagogista, paroliere: Gio Loreley sceglie, per definirsi, la parola più antica e più umile "paroliere" colei che lavora le parole come un artigiano lavora la materia. In questa scelta è già tutta la sua poetica: la scrittura come mestiere del vivere, disciplina quotidiana di attenzione, fedeltà alla cosa prima che al gesto letterario. La sua opera si raccoglie sotto una formula-manifesto di sua invenzione: visioni intropoietiche del quotidiano. Il neologismo, dall'unione di intro e poiesis, il “fare” della radice greca che sta dentro la parola poesia, nomina un gesto preciso: non la semplice introspezione, non l'elegia delle piccole cose, ma un'officina interiore in cui il quotidiano viene trasformato in materia viva. Un paio di scarpe consumate, un angolo del giorno, una carrucola, le sere di giugno: oggetti minimi che, sotto lo sguardo dell'autrice, si fanno soglia e rivelazione. L'interno, in Loreley, non si contempla, si costruisce. I suoi territori sono luoghi di passaggio. Capri, con la Scala Fenicia, la Grotta di Matermania, il santuario di Santa Maria a Cetrella, Villa Lysis ancora abitata dal fantasma di Jacques Fersen; Ravello; il Cilento: geografie mediterranee in cui la pietra conserva memoria e il mito non è archeologia ma presenza. La sua scrittura abita questi paesaggi come si abita una lingua madre: con confidenza e con reverenza. Di qui il suo magistero implicito, Rilke delle Lettere a un giovane poeta, Heidegger del poeticamente abita l'uomo, Montale, Cardarelli, una discendenza esplicita e meditata, mai esibita, che colloca Loreley in una linea italiana di poesia pensante, dove filosofia e canto non sono discipline separate ma lo stesso respiro. Accanto al movimento intropoietico, e inseparabile da esso, sta una vocazione civile netta e dichiarata. Nelle pagine dedicate al Congo, a Gaza, al Diario di Ella, la voce intima si fa testimonianza: “Se la Storia non dice, la Poesia urla.” La bellezza non è qui consolazione o fuga, è sostenuta, sempre, da verità e memoria, che l'autrice chiama “le braccia della Bellezza”. È questa tensione, tra la soglia contemplativa e l'urlo della testimonianza, tra l'ascolto della pietra e la denuncia dell'oblio, la cifra più riconoscibile del suo lavoro. A completare l'opera, una dimensione pedagogica che ne è il naturale prolungamento: il libro-calendario Aporismi della Soglia, esercizio quotidiano di misura e di restanza, i testi destinati all'infanzia, il recupero di figure dimenticate come la pioniera della medicina Marie Elizabeth Zakrzewska. La poesia, per Loreley, educa: alla bellezza, alla memoria, alla verità. Non come programma, ma come pratica. “Abitare la Poesia è un luogo scomodo: se non resisti in piedi, cambia posto.” È in questa dichiarazione, lapidaria come un'epigrafe, l'etica dell'autrice e il patto che offre al suo lettore. Autrice del blog “Respiro di Poesia”, partecipa a eventi culturali e letterari, ricevendo riconoscimenti e menzioni per la sua voce lirica e profonda. Blogger di “Respiro di Poesia” di Gio Loreley - (Nome d’arte riconosciuto con Pos. Siae 549724). Ricezione di Premi Letterari e menzioni per l'attività culturale e pubblicazione di 1 raccolta collettiva e n.2 sillogi: - 2021 - Isole. Collana poetica. Vol. 81 Ed. Dantebus Roma - 2002 - L'Occhio di Orfeo, Ed. Libroitaliano Ragusa. - 1993 - L'Effimero ed Eterno Dire, Ed. Cultura 2000 Ragusa. What else? Find it out!

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